Il problema dei corsi sull’AI non è il contenuto. È che il lunedì dopo non cambia niente.
Il copione lo conosciamo tutti
Si torna in ufficio con venti pagine di appunti, tre strumenti nuovi da provare e la stessa agenda di prima. Dopo due settimane resta solo un abbonamento attivo che nessuno usa. Non è colpa di chi ha partecipato: è il formato che non prevede il ritorno alla scrivania.
Prima il processo, poi lo strumento
L’ordine conta più del catalogo di funzioni. Prima si guarda come funziona davvero il lavoro, dove si ferma, dove si rifà due volte la stessa cosa. Solo dopo si decide cosa automatizzare. Fare il contrario significa mettere velocità dentro un processo che già non regge.
Cosa proviamo a fare il 12 e il 13 novembre
Due giornate all’Agriturismo Brusignone, a Besana in Brianza, con un gruppo volutamente piccolo di manager e imprenditori. Otto sessioni, lo stesso ordine che usiamo con i clienti.
Il primo giorno si parte da quello che quasi nessuno mette a programma: cosa succede alle persone e alla cultura di un’azienda quando l’AI entra davvero. Poi si passa agli strumenti, applicati sui casi reali portati dai partecipanti.
Il secondo giorno si costruisce. Dal brief a un’app funzionante in quarantacinque minuti, davanti a tutti, senza programmatori e senza budget IT.
Cosa resta il lunedì dopo
Ognuno esce con la propria roadmap a trenta, sessanta e novanta giorni, più una sessione di verifica a un mese per controllare cosa è rimasto in piedi. Non è un attestato da appendere: è almeno un’automazione che gira e un piano che si sa difendere in riunione.
La differenza tra un corso e un cambiamento sta tutta lì. Nel fatto che qualcuno, un mese dopo, viene a chiedere conto di cosa è successo.
In sintesi. Un corso sull’AI serve se guarda il processo prima degli strumenti, se si costruisce qualcosa davanti a tutti e se qualcuno verifica, un mese dopo, che sia rimasto in piedi.
Programma completo, sede e iscrizioni della AI Executive MasterClass del 12 e 13 novembre.





