Il titolo che gira dice che gli italiani usano l’intelligenza artificiale ma non si fidano. I dati dell’Ipsos AI Monitor 2026 dicono un’altra cosa, ed è una notizia peggiore.




Si fidano. Non hanno capito. Le schede con cui lo abbiamo raccontato su LinkedIn. Scorri per vedere tutte le 4 pagine.
Tra i più fiduciosi
Il 61% degli italiani ritiene che le aziende che usano AI proteggeranno i loro dati personali. La media dei 32 Paesi rilevati è 47%. Siamo tra i più fiduciosi.
E tra i meno preparati
Poi c’è l’altro numero. Solo il 54% dichiara di avere una buona comprensione di cosa sia l’AI, contro il 72% della media internazionale. È uno dei divari più ampi dell’intera rilevazione.
E in azienda la delega cieca ha una forma molto riconoscibile: l’output arriva, sembra ragionevole, nessuno fa domande. Finché l’errore non lo trova il cliente.
Il freno non è il prezzo
È anche il motivo per cui il freno nelle PMI non è il prezzo. Gli strumenti costano quanto un abbonamento. Il 48% delle aziende italiane indica le competenze interne come ostacolo principale, e il divario con le grandi imprese resta enorme.
La frase che ci sentiamo dire più spesso quando entriamo in un’azienda non è “non ci fidiamo”. È “lo usiamo, ma non sappiamo se possiamo fidarci di quello che ci restituisce”. Sono due problemi diversi: il primo si risolve con una dimostrazione, il secondo solo con il metodo.
Non è più solo buon senso
L’articolo 4 dell’AI Act chiede a chi usa questi sistemi di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione a chi li utilizza per suo conto.
In sintesi. Chi nella vostra azienda usa l’AI tutti i giorni saprebbe dire in quali casi quello strumento sbaglia di solito?
L’alfabetizzazione richiesta dall’articolo 4 è una delle domande dell’AI Act spiegato in pratica.
Questo articolo nasce da un post pubblicato su LinkedIn.





